Una storia super

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Chissà che faccia fece la prima persona ad entrare in un supermercato.
Probabilmente qualcosa di molto simile alla mia espressione quando, nei pressi del banco gastronomia, scorgevo al di là del vetro almeno dieci varietà diverse di formaggi stagionati con sopra ogni tipo di frutta secca, canditi e ogni altro ben di Dio. Roba da soddisfare il fabbisogno calorico di tutta la città per un anno. Sembra strano, da dentro un posto così, pensare ai miliardi di persone che ancora soffrono la fame. Non solo in Africa, ma anche sotto i portici fuori da questo stesso ipermercato.

“Numero 400”

È il mio turno. La chiamata della signorina mi distrae dalle elucubrazioni sulla società di massa; in fretta e furia mi ricompongo e sfoggio il mio miglior sorriso, pronto ad ordinare.

“Due etti di cotto e uno di crudo”

Un ordine standard, piuttosto anonimo: fin qui tutto bene, se non fosse che la signorina mi invita a scegliere tra innumerevoli qualità che a me sembrano tutte uguali, ma differiscono significativamente nel prezzo.
Panico.
Mi ricordo di un manuale di marketing letto all’università: affermava che, dati tre prodotti dello stesso tipo con tre prezzi diversi, quello più economico verrà percepito come scadente, quello più costoso come d’élite, e la maggioranza dei consumatori tenderà a scegliere quello di mezzo. Io non sono nessuno per smentire un manuale di marketing, pertanto vado deciso sui due prodotti di prezzo intermedio. Chissà, se l’addetta decidesse di scambiare tra loro i cartellini del prezzo, quante persone si accorgerebbero dell’errore. Pochissime, credo, forse nessuna.
Mentre la signorina prepara il mio ordine mi soffermo sulla merce in bella vista sul bancone. Quei tagli di carne una volta appartenevano ad animali con occhi, orecchie, cervello e cuore. Mi chiedo dove siano nati, come abbiano vissuto, cosa abbiano visto del mondo, e cosa penserebbero se sapessero di essere morti per finire nel mio panino. Non un bel gesto da parte mia, a ben rifletterci. Chissà, forse hanno davvero ragione loro, i tanto maltrattati vegani…

Ma non c’è molto tempo per le riflessioni esistenziali. Il mio ordine è pronto e i tempi sono serrati. C’è altra merce da acquistare, e in fretta: abbiamo tutti molto da fare, anche se non si sa esattamente cosa.

Mi fermo in mezzo a una corsia, stretto in mezzo al consueto ingorgo fra carrelli. Le persone riempiono distrattamente i loro moderni carretti su ruote. Sembrano assenti. Sembra che nessuno voglia davvero essere lì.

In attesa del defluire dell’ingorgo, ho tempo di soffermarmi sulle persone che mi circondano.
Un signore sulla cinquantina spinge divertito un carrello mezzo pieno, lanciandolo pericolosamente lungo in corridoio e rincorrendolo. Una ragazza sulla quindicina, probabilmente la figlia, intercetta il pericoloso proiettile lanciando al padre uno sguardo tra il confuso, il compassionevole e il divertito.
Poco più in là, dei ragazzini fanno provviste, probabilmente in vista di una festa di capodanno. Il loro carrello è costituito principalmente da patatine e birre. Tante birre. Abbastanza birre da farmi prevedere un finale di serata abbastanza tragico per loro e i loro genitori, a meno che stiano facendo la spesa per cinquanta persone.
In fondo al corridoio un gruppetto di ragazze di neppure diciott’anni ostenta disinvoltura, tra jeans attillati e sguardi al cellulare, tradendo una certa insicurezza e quel bisogno di attenzioni che in adolescenza può diventare compulsivo.
Il signore di fronte a me si accorge che il suo rovistare nel banco frigo con la porta aperta in corrispondenza dell’onnipresente lavapavimenti sta bloccando mezza corsia. Con uno sbuffo chiude la porta e si fa da parte. Lo ringrazio, sforzandomi di non sembrare sarcastico, ma la smorfia con cui mi guarda mi dà l’idea che il mio tentativo sia fallito.

Scrollo le spalle e mi faccio avanti verso il banco degli snack. La mia glicemia si alza alla sola vista di ciò che inserisco nel mio carrello. “Non bevo, non fumo, non mi drogo, almeno il vizio dei dolci lasciatemelo” è la giustificazione che mi ripeto come un mantra.

Dieci minuti dopo, superate le casse, siamo finalmente fuori, più poveri di circa cento euro. La sensazione è di essere usciti da un limbo in cui il tempo smette di scorrere e tutto ciò che conta davvero è saper scegliere la giusta qualità di prosciutto, evitare gli ingorghi fra carrelli e immettersi nella fila più rapida per le casse.

I supermercati sono strani.

 

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Ronaldismi

N.B. La fede calcistica del sottoscritto non ha nulla a che fare con questo articolo

È il 26 agosto e alla periferia di una grande città del nord Italia si gioca una partita di calcio. Al minuto 61, a essere precisi 61 e un po’, e un giocatore della squadra ospite fa fallo. Punizione dal limite per la squadra di casa.

Tutto normale, voi direte.

Invece no, tutto normale non è.
Perché quella partita è Juventus-Lazio e quella punizione si appresta a tirarla il migliore, il fenomeno, il Dio del calcio appena acquistato a suon di milioni dalla compagine bianconera: Cristiano Ronaldo, detto CR7.

Ma torniamo un attimo indietro.

Quando a fine giugno alcuni giornalisti iniziano a ipotizzare un possibile arrivo del Fenomeno portoghese sotto la Mole, in molti accolgono la notizia con scetticismo. Ben presto, però, le voci si fanno più insistenti: uno, due, tre giornali sportivi, poi siti web, procuratori, amici, parenti, fidanzate e amanti si dicono tutti convinti che l’affare del secolo si farà. Cristiano Ronaldo diventerà un giocatore della Juventus. Nei bar di tutta Italia non si parla d’altro, com’è ovvio che sia: del resto, la squadra bianconera è la più tifata d’Italia e CR7 uno dei migliori calciatori di tutti i tempi.
Passano i giorni, le notizie si susseguono e alla fine anche i più scettici e i più ferrei oppositori della “Vecchia Signora” devono arrendersi all’evidenza: il procuratore del giocatore si è incontrato con la società, è stato trovato l’accordo, i giochi sono fatti.
Il 10 luglio arriva l’ufficialità: Cristiano Ronaldo, il più forte calciatore del mondo, verrà a giocare in Italia.

Nel frattempo, la grande macchina dei media non è certo rimasta a guardare. Ogni passaggio della trattativa è stato seguito nei minimi dettagli, con una spasmodica ricerca di ogni minuscolo indizio che potesse rivelare un esito positivo: il follow sui social, l’acquisto “sospetto” di una villa nella lussuosa collina torinese, le dichiarazioni di ogni persona collegata in qualche modo al campione lusitano, dal compagno di squadra al maestro delle elementari.
Al momento dell’arrivo di Ronaldo a Torino, già milioni di magliette bianconere con il suo nome stampato sopra sono state stampate e vendute alla modica cifra di 120 euro. Qualcuno si è fatto dei debiti pur di averla, altri hanno optato per la più economica versione “taroccata”: fatto sta che tutti, proprio tutti, vogliono possedere la maglia bianconera di CR7.
La prima amichevole a Villar Perosa è un tripudio di tifosi giunti solo per lui, con misure di sicurezza imponenti, troupe TV da mezzo mondo e una cittadina letteralmente presa d’assalto. Il campione incanta, segna e la Ronaldo-mania esplode definitivamente: sulla Gazzetta dello Sport viene raccontata nei dettagli persino la “prima uscita gastronomica” di CR7 in un ristorante fuori Torino.

Poi, a fine agosto, il campionato inizia. La prima di Ronaldo, contro il mediocre Chievo Verona, non è la partita che tutti si aspettano. Il campione lotta, mostra lampi di classe cristallina, ma fatica ad integrarsi negli schemi della squadra e soprattutto non riesce a segnare il tanto agognato primo gol in Serie A. L’angoscia dei tifosi è papabile, ma giornalisti e opinionisti invitano alla calma: l’impatto con un campionato nuovo può destabilizzare chiunque. Bisogna saper aspettare, e comunque la prossima partita allo Juventus Stadium sarà senza dubbio l’occasione buona per vedere il campionissimo segnare la prima di tante reti.

Il 25 agosto, l’avversario dei bianconeri è la Lazio, squadra forte ma non certo ai livelli della corazzata Juventus. In effetti la superiorità tecnica della compagine di casa si mostra subito evidente, portando un gol e diverse occasioni nel primo tempo. CR7 lotta su ogni pallone ma ancora non riesce a gonfiare la rete. Finché non si arriva al sessantunesimo minuto e quindici secondi… e torniamo al punto di partenza della nostra storia.

Punizione dal limite. Chi batte? Come chi batte? Batte il Campione. E in effetti il numero nuovo numero 7 della Juventus si avvicina prepotentemente al pallone e lo sistema con cura al limite dell’area di rigore. I calci di punizione sono forse la sua specialità migliore: tiri potenti e precisi, di collo pieno, che si infilano nell’angolino della porta con rapidità disarmante. Lo stadio intero sembra trattenere il fiato, mentre si fanno strada gli “ooh” della folla pronti a trasformarsi in un’esultanza liberatoria. 40mila telefonini si alzano al cielo pronti a riprendere la scena. Il commentatore la definisce un’attesa liturgica.

Cristiano Ronaldo fa un respiro profondo, dopo aver misurato meticolosamente la distanza dal pallone con passi lunghi e precisi. Parte la rincorsa, poi il destro del campione colpisce con forza il pallone.

È in questi momenti che si scrivono le leggende.

O forse no.

Infatti, il pallone si alza di pochi centimetri e percorre qualche metro prima di impattare debolmente sulla barriera. Una ciofeca, una loffa, una schifezza, comunque vogliate chiamarla. Qualcuno si dispera, qualcuno soffoca in gola l’esultanza, mentre i tifosi avversari sfoggiano un ghigno beffardo. I commentatori, già pronti a urlare nel microfono, si trovano invece a descrivere l’inaspettata scena con un filo di voce. Un semidio è appena caduto dal cielo per un attimo.

Già, solo per un attimo.

Poi la partita riprende, e anche tutto il resto.

La chimera dell’irreperibilità

Abbiamo speso secoli a costruire reti sempre più grandi, per poi scoprire quanto sia facile restarne imprigionati.

Questa sera sono tornato a casa dall’università col cellulare scarico. La prima cosa che ho fatto, come di norma, è stata collegarlo al caricabatterie. A quel punto i morsi della fame hanno preso il sopravvento e sono sceso a prendere qualcosa da mangiare dal fornaio sotto casa, senza portarmi dietro il telefono.
Potrà sembrare strano (forse più ai “vecchi” che ai giovani), ma erano anni che non uscivo da casa mia senza portarmi dietro il cellulare: sin da quando ne ho avuto uno l’ho sempre considerato come qualcosa di cui non si poteva fare a meno, nemmeno per pochi minuti. Per questioni di sicurezza, o forse per sentirsi meno solo. Chi lo sa… Ma torniamo a noi.
Una volta arrivato al negozio ho notato che c’erano alcune persone in fila davanti a me. Istintivamente ho portato la mano alla tasca, bramoso di scorrere tra le mille notifiche dei vari social pronti ad aggiornarmi sulla vita di gente che spesso nemmeno saluterei per strada. Ci ho messo un attimo a rendermi conto di non avere il cellulare con me, e per un paio di secondi mi sono sentito istintivamente smarrito, come se fosse mancata una parte del mio stesso corpo. I pochi minuti di attesa improvvisamente sembravano dilatarsi: cosa avrei fatto? Come avrei ingannato il tempo? E se qualcuno avesse avuto bisogno di me?

Riflettendo su questo episodio è stato facile rendersi conto di quanto un semplice oggetto possa condizionare la mia vita. Ma non pensate che mi metta a fare la predica anti-tecnologica: è inevitabile che sia così. La tecnologia ci aiuta, ci rende la vita più comoda; e noi esseri umani del ventunesimo secolo ci abituiamo molto in fretta alle comodità. Senza la tecnologia saremmo persone più ignoranti, più povere, meno capaci, probabilmente peggiori in senso assoluto. Invece abbiamo avuto la fortuna di vivere in un’epoca in cui la tecnologia espande le nostre conoscenze, i nostri orizzonti, ci tiene in contatto, ci aiuta nella vita di tutti i giorni. Non sono contro tutto ciò, intendiamoci. Ma ogni cosa ha il suo prezzo: la continua assistenza di balie digitali ci ha reso meno indipendenti, più insicuri, più ansiosi, più ossessivi. Ci pervade un assillante horror vacui, un terrore del vuoto che ci spinge a riempire ogni momento della nostra vita con azioni insignificanti. Tutto, pur di non sprecare nemmeno un istante, finché si arriva al paradosso per il quale ciò che una volta era una “distrazione” diventa più importante di ciò di cui effettivamente dobbiamo occuparci. (Se siete in macchina e state leggendo quest’articolo sullo smartphone, forse vi fischieranno le orecchie: vi ringrazio per l’importanza che mi date, ma non è meglio guardare la strada?). Sembriamo incapaci di stare da soli: ci rendiamo costantemente reperibili perché vogliamo che anche gli altri facciano lo stesso. Ci infuriamo se qualcuno non ci risponde per mezz’ora, e sudiamo freddo per l’ansia se in quella stessa mezz’ora non possiamo rispondere a qualcuno. L’idea di stare anche solo ventiquattro ore senza poter essere contattati ci intriga da una parte, ma ci terrorizza dall’altra.

Una volta constatata questa situazione e la nostra debolezza di fronte ad essa, il primo istinto potrebbe essere quello di sbarazzarci di cellulari, modem, pc e altri ammennicoli. Poi magari andare in cantina a recuperare il vecchio telefono fisso marchiato SIP, un regolo calcolatore, penna e calamaio per scrivere, il giradischi della zia. Ma vi sconsiglio di fare tutto ciò: retrocedere di cinquant’anni in un mondo che guarda al futuro potrebbe non essere il miglior affare della nostra vita. Del resto, la tecnologia che ci circonda al giorno d’oggi è frutto di duemila anni di progresso umano: siamo sicuri che liberandoci completamente di questa, come fanno alcuni estremisti, andremmo davvero incontro a una vita migliore? Sono convinto di no, così come sono convinto che il progresso umano ci porterà a vivere in un mondo più giusto e più equo, dove le sofferenze di oggi e di ieri saranno solo un ricordo lontano (se non ci faranno saltare tutti in aria prima, ça va sans dire…)
D’altro canto trovo che sia importante, soprattutto per chi è cresciuto in un mondo digitalizzato, riflettere sugli effetti di ciò che ci sta intorno sulla nostra vita e sul modo di percepire noi stessi. Pensare a cosa è cambiato, a cosa cambierà, a come questi cambiamenti ci influenzino e a quale sia per noi il miglior modo per affrontarli. Provate a spegnere il cellulare, chiudere il portatile e pensarci su. Poi magari riaprite il computer e scrivere i vostri pensieri su un blog. Vi prometto che verrò a leggerlo…!